martedì 10 marzo 2020

Le Marce Funebri Molfettesi: Vincenzo Valente "Conza Siegge"



La composizione dapprima intitolata “Pianto Antico”, poi, il Maestro, secondo la tradizione, insoddisfatto per non essere riuscito a trovare un degno finale, si ispirò al grido lamentoso di un riparatore di sedie, il quale girava per le strade offrendo il suo lavoro.


La composizione si apre in Sol minore e prosegue con una successione di accordi (Sol min., Sol dim. Etc) che conferiscono imponenza e tragicità alla marcia.


Il primo tema, quello predominante, viene elaborato a tal puto da essere riutilizzato nella seconda parte in altra forma.


Dopo una prima esposizione in Sol min., si passa in Mi bem. Magg., per poi riprendere il frammento introduttivo che sfocia nel magnifico tema in Si bem. Min. affidato ai flicorni.


Dopo l’esposizione di quest’ultimo, il Maestro, con un accordo di strepitoso effetto (Do 7 min.) conclude la marcia in Fa maggiore.

Per ascoltare la marcia funebre descritta ecco il link dove trovarla:

https://www.youtube.com/watch?v=oW9MdUaiPNM

Tratto da “Note storiche e tecniche sulle marce funebri molfettesi” di Damiano Binetti e Nicola Romanelli edito da Cooperativa Editoriale “Molfetta”- Il Messaggio 1990

A cura di Sisto Massimiliano


I racconti della Passione: La Maddalena derisa. 28 marzo 1929.


Santa Maria Maddalena uscita nella processione del 1928 

Giovedi' Santo. Come ogni giovedì santo è tradizione dopo la Messa in Cenae Domini girare per i "Sepolcri"ma il 28 marzo del 1929 fu un anno particolare. 
Infatti quel giorno era aperta una Chiesa che non piu'lo era da ormai oltre un secolo, ed in quel giorno vedeva dischiudersi l'uscio per attirare e far mirare nel suo interno sia le sue opere d'arte che le statue della passione: La chiesa di Santa Maria del Pianto o meglio nota col titolo della Morte. 
Qui in quell'anno nel primo cimitero cittadino dopo vario tempo si e' iniziata una nuova pratica ossia quella di deporvi i simulacri che mai piu' sarebbero piu' usciti in processione perche' sostituiti da quelle care immagini che noi tutti conosciamo. 
In quell'anno fu portata la nuova statua di Maria di Maddalena che risultava stridere rispetto alle altre in posizione eretta. Amministratore pro-tempore della diocesi era Mons. Pasquale Gioia. 
Il Reverendissimo Vescovo impose che le statue che dovevano portarsi in processione dovevano essere tutte statue di legno, ed evidentemente il nostro scultore Giulio Cozzoli non lo lavorava. 
Cosi' si decise di fare fare un bozzetto della nuova immagine in sostituzione del Calvario al Cozzoli ma di farla realizzare da Ortisei. 
Santa Maria Maddalena uscita in processione sino al 1954

Cosi' fu fatto, e la nuova Maddalena prese parte alla processione di quell'anno e fu esposta anche nel Sepolcro artistico. 
Intanto due bontemponi si affacciarono all'uscio della chiesetta e videro la bella Maddalena seduta al centro del tempietto ed iniziarono quasi a schernirla, intanto stava uscendo una donna anziana che con fare seccato guardo' laconicamente i due visitatori che con la loro presenza avevano rotto la sacralita' del momento, e disse con un filo di voce passando affianco a quegli: "Due volte sciagurati".


Tratto dal libro "Diario per la Confraternita della Morte"scritto da Orazio Panunzio

A cura di Sisto Massimiliano


giovedì 5 marzo 2020

I Racconti della Passione: Sabato Santo 1924.




Sabato Santo 19 aprile 1924. Era passata la mezzanotte che la processione era gia' uscita e stava iniziando a salire la via Sant'Angelo quando inizio' dopo un lungo tuono a diluviare, vi fu il fuggi fuggi generale e le immagini sacre dovettero trovare posto nei vari portoni lungo la strada. 

Qui la nuova statua di Maria Cleofe entro' in un portoncino vicino a palazzo Gadaleta da dove all'udire quella visita inaspettata iniziarono ad uscire tutti i condomini.

 Gente umile, modesta. Infatti dopo aver chiesto il permesso di poter restare iniziarono a recitare il Rosario e prima del termine delle litanie ecco sopraggiungere Giulio Cozzoli. 

Egli come suo solito seguiva le processioni, ma quella di quell'anno per lui era speciale perche' sostitui' la precedente immagine della Cleofe con una nuova a causa del fatto che la prima risultava essere piu' alta delle altre. 

Ecco lui con dovizia dopo aver salutato gli astanti inizio' ad accarezzare, pulire ed asciugare la statua proprio per evitare che si deteriorasse. Intanto scesero due belle signore che attirarono l'attenzione dell'artista e che quasi in atteggiamento di sfida restarono di fronte al simulacro. 


Erano belle. Intanto che il Cozzoli asciugava la scultura si sente rombare la grancassa che richiamava a raccolta i confratelli in quanto la pioggia era terminata, quindi si riprese la processione e la stessa Cleofe fu portata al di fuori del portone prontamente, e l'artista giratosi per salutare le visitatrici vide che erano svanite come quel momento passato in contemplazione della sua creazione tanto che sussurro' che le "Cose belle durano attimi".

Tratto e riletto da "Diario per l'Arciconfraternita della Morte" di Orazio Panunzio.


A cura di Sisto Massimiliano

martedì 3 marzo 2020

I racconti della Passione: il Cireneo 11 aprile 1919.



Ecco un Venerdì di Passione come tanti che si ripetono nella storia molfettese da secoli. Dopo una breve pausa di circa 4 anni riprendono gli eventi esterni legati alla passione e morte di Nostro Signore. 

Era un pomeriggio raggiante, la gente pian piano affollava lo spiazzo antistante la chiesa del Purgatorio e piano piano si iniziavano a far spazio tra la folla il quartetto che apre le nostre struggenti processioni col ti-te'. Nulla è cambiato O forse si?

Certamente dopo 4 anni qualcosa è mutato infatti nuove sono le immagini che apriranno il corteo processionale del Sabato Santo, nuova e' la struttura della processione che fino ad allora aveva seguito la natura medievale di espiazione dei peccati in forma pubblica: Mancavano i cirenei.

 I cirenei erano uomini di varia estrazione sociale che avendo commesso dei peccati li volevano espiare pubblicamente portando una croce che rimarcava il lavoro che svolgevano nella vita quotidiana. Cosi' anche per questa processione si pensava che vi fossero presenti. 


Ma invero un uomo venuto dall'Egitto si presento' all'ora convenuta ma dovette scoprire una triste realta': i crociferi non esistevano piu'. 

Egli entro' nella chiesa senza non troppe insistenze e dopo che gia' il sagrestano gli disse che la figura del crocifero non era piu' presente da quasi 15 anni prima attese attonito l'arrivo del Priore il quale lo conforto' dicendo che se avesse voluto avrebbe potuto aprire la processione ma da solo viceversa lo esortava ad andare a casa avendo comunque compiuto il suo voto presentandosi per la processione. 

Cosi' inizio' il corteo processionale "Finchè dischiusa la porta e, nella prospettiva del Borgo, egli intravede, di volta in volta piu' angosciato, l'uscita degli stradari, della Croce, delle donne, dei confratelli, del baldacchino... e via via che la chiesa si spopola, la sofferenza si muta in disperazione, in senso desolato di impotenza. Sfocata dal velo delle proprie lacrime, appena egli discerne l'Immagine della Madonna, sollevata dai portatori a una altezza che gli pare vertiginosa, lentamente avviarsi alla porta - scheletrica ombra attraverso il manto velato - passare sotto le frangi ondulanti del baldacchino e svanire, dissolversi nella luce dorata del tramonto". Il cireneo rimase solo ed il sagrestano gli ando' incontro dicendo che avrebbe dovuto chiudere la chiesa. 

Allora il primo gli confesso' che si vergognava nel ritirarsi a casa vestito come Gesu' e quindi l'altro gli rispose che non si sarebbe dovuto preoccupare perche' gli avrebbe fornito una abito confraternale. 

Il cireneo lo ribrotto' dicendo che lui non fosse confratello ed allora il sagrestano gli disse: "Non ti stare a preoccupare. La Morte non rifiuta nessuno". Era l'11 aprile 1919 - Venerdi' di Passione.

Tratto dal testo: "Diario per la Confraternita della Morte"di O. Panunzio.

A cura di Sisto Massimiliano

mercoledì 26 febbraio 2020

Le Sacre Ceneri attraverso le parole di don Tonino.



DALLA TESTA AI PIEDI di don Tonino Bello.


Carissimi, cenere in testa e acqua sui piedi.

Una strada, apparentemente, poco meno di due metri. Ma, in verità, molto più lunga e faticosa. Perché si tratta di partire dalla propria testa per arrivare ai piedi degli altri. A percorrerla non bastano i quaranta giorni che vanno dal mercoledì delle ceneri al giovedì santo. Occorre tutta una vita, di cui il tempo quaresimale vuole essere la riduzione in scala.

Pentimento e servizio. Sono le due grandi prediche che la Chiesa affida alla cenere e all'acqua, più che alle parole. Non c'è credente che non venga sedotto dal fascino di queste due prediche. Le altre, quelle fatte dai pulpiti, forse si dimenticano subito. Queste, invece, no: perché espresse con i simboli, che parlano un "linguaggio a lunga conservazione".

È difficile, per esempio, sottrarsi all'urto di quella cenere. Benché leggerissima, scende sul capo con la violenza della grandine. E trasforma in un'autentica martellata quel richiamo all'unica cosa che conta: "Convertiti e credi al Vangelo". Peccato che non tutti conoscono la rubrica del messale, secondo cui le ceneri debbono essere ricavate dai rami d'ulivo benedetti nell'ultima domenica delle palme. Se no, le allusioni all'impegno per la pace, all'accoglienza del Cristo, al riconoscimento della sua unica signoria, alla speranza di ingressi definitivi nella Gerusalemme del cielo, diverrebbero itinerari ben più concreti di un cammino di conversione. Quello "shampoo alla cenere", comunque, rimane impresso per sempre: ben oltre il tempo in cui, tra i capelli soffici, ti ritrovi detriti terrosi che il mattino seguente, sparsi sul guanciale, fanno pensare per un attimo alle squame già cadute dalle croste del nostro peccato.

Così pure rimane indelebile per sempre quel tintinnare dell'acqua nel catino. È la predica più antica che ognuno di noi ricordi. Da bambini, l'abbiamo "udita con gli occhi", pieni di stupore, dopo aver sgomitato tra cento fianchi, per passare in prima fila e spiare da vicino le emozioni della gente. Una predica, quella del giovedì santo, costruita con dodici identiche frasi: ma senza monotonia. Ricca di tenerezze, benché articolata su un prevedibile copione. Priva di retorica, pur nel ripetersi di passaggi scontati: l'offertorio di un piede, il levarsi di una brocca, il frullare di un asciugatoio, il sigillo di un bacio.

Una predica strana. Perché a pronunciarla senza parole, genuflesso davanti a dodici simboli della povertà umana, è un uomo che la mente ricorda in ginocchio solo davanti alle ostie consacrate.

Miraggio o dissolvenza? Abbaglio provocato dal sonno, o simbolo per chi veglia nell'attesa di Cristo? "Una tantum" per la sera dei paradossi, o prontuario plastico per le nostre scelte quotidiane? Potenza evocatrice dei segni!

Intraprendiamo, allora, il viaggio quaresimale, sospeso tra cenere e acqua.

La cenere ci bruci sul capo, come fosse appena uscita dal cratere di un vulcano. Per spegnerne l'ardore, mettiamoci alla ricerca dell'acqua da versare... sui piedi degli altri.

Pentimento e servizio. Binari obbligati su cui deve scivolare il cammino del nostro ritorno a casa.

Cenere e acqua. Ingredienti primordiali del bucato di un tempo. Ma, soprattutto, simboli di una conversione completa, che vuole afferrarci finalmente dalla testa ai piedi.

Un grande augurio.

A cura di Sisto Massimiliano

martedì 25 febbraio 2020

La Processione della Croce: l'inizio della Quaresima.



Ecco la mezzanotte, e, dopo i 33 rintocchi nel buio piu’ completo del Borgo medievale si apre la porta della Chiesa di Santa Maria Consolatrice degli Afflitti meglio nota come Purgatorio. 

Viene portata fuori dal sagrato della Chiesa una Croce, che servira’ dopo 5 settimane ad aprire i sacri cortei processionali della Vergine Addolorata e della processione della Pieta’. 

Tutto e’ pronto, si odono ancora i rintocchi del campanone della Cattedrale ed al penultimo di essi, ecco iniziare il mesto motivo che la bassa musica intona: il tite’ ossia u scrummè. 

Poi piano piano si fa spazio tra due ali di folla l’incedere della Croce coi confratelli incappucciati, dell’amministrazione e subito dopo il popolo. Il popolo dietro di essa intona il Vexilla Regis Prodeunt di Venanzio Fortunato. 

Inizia cosi' il giro della processione per le strade prima nel centro antico per andare verso la parte ottocentesca della nostra citta’.
Si ritorna nuovamente nel borgo passando tra le anguste vie cittadine che rimarcano i tragitti delle grandi processioni pasquali per poi fare sosta nella Chiesa di Santo Stefano, che per l’occasione è aperta e dove aspetta intronizzato il simulacro del Cristo Orante nell’Orto dei Getsemani con dinnanzi la Croce dei Misteri illuminata dalle candele e dal profumo di violacciocche che si espande dalla chiesa. 


Ecco, la sosta e’ terminata, quindi il popolo di Dio nel cuore della notte si dirige, costeggiando il Palazzo Vescovile, presso il Calvario dove il Padre Spirituale del venerabile sodalizio, che organizza questa pia pratica penitenziale, indica quelli che sono gli auspici spirituali che il tempo di Quaresima deve offrire al cuore di ognuno degli astanti e non solo; infine dopo qualche preghiera si conclude la processione ritirandosi dalla Chiesa dove era partita. 

Cosi’ si apre il nuovo giorno che ci immette nel Mercoledi’ delle Ceneri che altro non e’ che l’anticamera di cio’ che per i molfettesi e per i credenti vivranno con Settimana Santa.

A cura di Massimiliano Sisto.

giovedì 13 febbraio 2020

La Chiesa di Sant'Andrea Apostolo







Circa la sua prima edificazione la si data intorno al 1126 ad opera di alcuni cittadini amalfitani che erano impiantati qui a Molfetta in quanto commerciava con la loro città natale. 

Le vicissitudini storiche portarono a sconsacrare questo tempio per diverso periodo, sino a quando nel 1546 i fratelli Galieno decisero di ristrutturare questo tempio dedicandolo alla Visitazione della Beata Vergine Maria e all'apostolo Andrea. 
Nel 1652 fu acquistato un appartamento per poter erigere il Cappellone a Sant'Antonio, esso era ovviamente adiacente la chiesa e ne divenne parte integrante della stessa. In questa chiesa si venera il culto di Sant'Antonio da Padova a cura dell'omonima confraternita.

A cura di Sisto Massimiliano