martedì 16 ottobre 2018

Le reliquie della Passione tra fede e storia: la Sacra Tunica.


 
Tunica di Argentuille

Tra le reliquie che propriamente appartengono alla tradizione cristiana vi sono quelle di inerenti i momenti della Passione di Cristo. In questo ci aiutano i Vangeli in cui viene trattato in modo specifico gli ultimi momenti della vita terrena del Salvatore. Infatti importanza notevole ha la tunica di cui era vestito il Cristo.
 Nel Vangelo di Giovanni si legge: “I soldati dunque, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una parte per ciascun soldato. Presero anche la tunica, che era senza cuciture, tessuta per intero dall’alto in basso. Dissero dunque tra di loro: «Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocchi»; affinché si adempisse la Scrittura che dice: «Hanno spartito fra loro le mie vesti, e hanno tirato a sorte la mia tunica». Questo fecero dunque i soldati” (Gv 19, 23-24).
Questa reliquia importante per la cristianità ha fatto la sua comparsa nell’Alto Medioevo ma di fatto è molto controversa la sua storia o meglio sono controverse le reliquie della Sacra Tunica. 
Precisiamo che ai tempi di Gesù e secondo l’uso ebraico il vestimento di una persona non popolana come di fatto era il Cristo era composto da 3 indumenti: interula o subucula che fungeva da sottoveste, la tunica che era quella che era cinta da una cintura alla vita e lunga sino alle caviglie e il pallium o toga che era un vero e proprio mantello. 
Pertanto oggi si conoscono due Tuniche aventi dimensioni quasi identiche e che portano anche misure compatibili con questa moda dell’epoca. Infatti per la tunica di Treviri è una tunica non rovinata in una unica cucitura e non sporca di sangue mentre quella di Argentuil è sporca di sangue.
La Tunica di Treviri si annovera tra quelle che furono le reliquie portate da Sant’Elena in ritorno dalla Terra Santa e fu portata a Treviri e custodita nella attuale Cattedrale perché all’epoca essa era la Capitale dell’Impero Romano d’Occidente dove Elena e il figlio vissero, inoltre l’attuale cattedrale fu costruita sul palazzo imperiale romano.
Mentre la Tunica di Argentuil fa la sua comparsa con l’offerta fatta da Re Carlo Magno a sua figlia Teodorada che era Badessa nel Monastero dell’Humilité-de-Notre-Dame di Argenteuil. Entrambe le tuniche comunque ricordano i colori che san Marco specifica nel suo Vangelo oltre al fatto che le differenze di larghezza e grandezza portano a concordare nel fatto che l’una potesse essere posta sull’altra nel vestimento secondo gli usi dell’epoca, infatti la Tunica di Treviri è più ampia: è lunga 1,47 m davanti e 1,57 m dietro e la sua larghezza sotto le braccia è di 1,09 m; quella di Argenteuil invece è lunga 1,22 m e ha una larghezza sotto le braccia di 0,90 m - anche se, secondo la descrizione del secolo XVIII, doveva esser un po’ più alta di 25 cm e la maniche intere avere una lunghezza di 80 cm. 
Altra differenza della tunica di Treviri è quella che è di lino o di cotone, mentre quella di Argenteuil è di lana. Infine, non presenta macchie di sangue al contrario di quella di Argenteuil. Uno degli aspetti interessanti è inoltre che quella di Treviri fu ricucita nel 1512 su una stola dell’epoca, quando si dissotterrò il cofanetto contenente la reliquia mentre quella di Argentuil è integra e non è stata rimaneggiata sebbene vi siano stati asportati dei pezzi per conservarli e dispensarli in vari santuari della cristianità.
Tunica di Treviri

Come già affermato la tunica di Treviri quindi non presenta tracce ematiche differentemente da quella di Argentuil la cui particolarità di queste tracce portano tutte a farla coincidere con quelle presenti con la Sacra Sindone o con altre reliquie attribuite alla vita terrena di Gesù. In questo breve articolo, non si possono elencare tutti gli studi scientifici eseguiti e i risultati ottenuti. Però, si può citare per esempio lo studio della stoffa (è di origine orientale) e del suo colore (è colorata con un coloro rosso, chiamato anche la «porpora del povero»); delle macchie di sangue (che corrispondono a quella della Sindone) e dei globuli rossi (che presentano una forma anomala, sia sferica che appiattita, indice di una sofferenza cellulare intensa provocata da un’anemia e da una disidratazione, e che si sono svuotati dalla loro emoglobina); del gruppo sanguigno (gruppo Ab) e del Dna (maschile, la cui formula cromosomica corrisponde a quella di un uomo semita non arabo); della presenza di cristalli di urea (componente importante del sudore); della presenza di piattole (dovute alla sua ultima notte che ha trascorso in carcere); dei pollini (di cui alcuni provengono dal Medio Oriente e due dalla Palestina biblica) e di altre polveri (alcune delle quali rinvenute identiche sulla Sindone). 

L’attuale sacra tunica di Treviri è formata da diversi strati di tessuti destinati a proteggere la tunica originale posta al loro interno, ben sette strati, cinque dell’anno 1512 e due di fine XIX secolo (1890) e precisa l’Arcidiocesi di Treviri che “I brandelli di stoffa della parte anteriore della tunica consistono oggi, visti dall’interno all’esterno, in un satin serico di un tulle brunastro e di un grigio taffetà. 
Questo taffetà si aggiunge ad uno strato di antichi frammenti di stoffa, che sono fra loro collegati da un supporto elastico. La parte della tunica consiste in satin serico rossobruno, tulle brunastro, fini garze in seta, un feltro, taffetà verde, un ulteriore strato di feltro e garza serica. Di qui si deduce, che le fibre di lana, che oggi costituiscono il feltro, in parte connettendolo in parte strappandolo, rappresentano il nucleo del tessuto, la cui età non può più essere ben determinata”.
A cura di Sisto Massimiliano

lunedì 15 ottobre 2018

Le reliquie della Passione tra fede e storia: la Sacra Spugna.



Una
delle reliquie venerata  e riconosciuta, in quanto ritenuta autentica dalla Chiesa Cattolica è quella della Sacra Spugna di Mantova. 
Nella città di Mantova nella Basilica di Sant’Andrea oltre al vaso contenente il Preziosissimo Sangue di Gesù vi è la reliquia della Sacra Spugna. 
La presenza della reliquia nella Passione di Gesù è esplicitamente dettata dai Vangeli sinottici, San Giovanni infatti nel suo Vangelo scrive (19, 28-30) “Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l'aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito.”. 
L’arrivo nella città lombarda si deve a Longino, ovvero al centurione che materialmente sferrò a Gesù il colpo al costato con la sua lancia. Dalla ferita del costato ricordano le scritture scaturì acqua e sangue, che oltre ad andare a terra colpirono anche in viso Longino ed avendo una malattia agli occhi guarì convertendosi alla religione cristiana. 
Dopo questo prodigio, egli raccolse sul Golgota il sangue e la terra su cui era caduto lo zampillo di sangue e con la spugna usata per abbeverarlo partì in Italia trovando asilo nell’ospedale dei pellegrini. 
Avendo abiurato il culto dei déi pagani, essendo centurione ed essendo cristiano Longino fu martirizzato il 2 dicembre 37. Nell’804 la cassetta contenente le reliquie del Preziosissimo Sangue di Gesù e della Sacra Spugna furono rivenute accanto ai resti mortali del centurione romano, il Papa Leone III presente alla dissepoltura le dichiarò autentiche e venerabili. 
Ancora oggi la venerazione dei Sacri Vasi contenenti le due reliquie è massima. Il giorno del Venerdì Santo dopo la Celebrazione della Passione il vescovo e altri 11 delegati statali ed ecclesiastici aprono ognuno con la propria chiave il forziere. 
Le chiavi e le serrature sono 12. Una volta aperto il forziere i Sacri Vasi ed incensati vengono posti alla base della croce dell’abside a sinistra per la venerazione pubblica.
A cura di Sisto Massimiliano.

giovedì 11 ottobre 2018

Le reliquie della Passione tra fede e storia: La Sacra Sindone.




La Sacra Sindone è una delle reliquie più controverse e contrastate inerenti la Passione e Morte di Gesù ovvero il telo che avvolse il corpo esanime del Cristo dopo la sua dolorosa passione.
 Nei Vangeli sinottici è presente esplicitamente e San Giovanni ne identifica due momenti particolari è citata (Giovanni 19, 38-42 e 20, 1-7) “Dopo questi fatti Giuseppe di Arimatea, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto, per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. Vi andò anche Nicodèmo - quello che in precedenza era andato da lui di notte - e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di àloe. Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura. Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto. Là dunque, poiché era il giorno della Parasceve dei Giudei e dato che il sepolcro era vicino, posero Gesù. Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all'altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario - che era stato sul suo capo - non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.” 
Tra i fautori dell'autenticità del lino quale il lenzuolo funebre di Gesù, risalente alla Terra di Israele del I secolo, non manca chi sostiene l'ipotesi secondo cui la Sindone di Torino sarebbe da identificare con il mandylion o "Immagine di Edessa", un'icona di Gesù molto venerata dai cristiani d'Oriente, scomparsa nel 1204 (questo spiegherebbe l'assenza di documenti che si riferiscano alla Sindone in tale periodo). 
In questo caso, occorrerebbe ipotizzare che il telo di Edessa, che è descritto come un fazzoletto, fosse esposto solo ripiegato più volte e in modo tale da mostrare unicamente l'immagine del volto. 
Sebbene la presenza fosse tramandata oralmente dai pellegrini che ritornavano dalla Terra Santa, storicamente la Sindone fa la sua comparsa nel 1353 quando il cavaliere Goffredo di Charny tornò dalla Terra Santa fece costruire una chiesa a Lirey dove egli risiedeva per venerare questa straordinaria reliquia. 
Invero già negli annali di quel tempo vennero a crearsi problemi sulla veridicità della Sindone. Infatti sia il Papa Clemente VII che altri ecclesiali posero seri dubbi sulla sua autenticità. Inoltre si fece avanti anche un artista che disse che era stato lui a dipingerla e a crearla, ma il nome di questo artista non verrà mai svelato. 
Morto Goffredo, raccolse la sua eredità, tra cui anche la Sindone Goffredo II. Goffredo II quindi inviò nel 1390 uno studio sulla autenticità della Sindone, ma Papa Clemente VII trovò un compromesso circa la questione dell’autenticità ovvero che essa poteva essere esposta purchè si decretasse che fosse una pittura votiva e non dichiarando che essa fosse il vero telo dove avvolsero il corpo esanime del Cristo. 
Nel 1415 Umberto de la Roche marito di Margherita di Charny figlia di Goffredo II prende in consegna la Sindone per metterla al sicuro dai facinorosi borgognoni che si aggiravano in quelle terre per far guerra alla Francia. 
Al termine della guerra tra la Borgogna e la Francia i canonici di Lirey rivollero la Sindone, ma Margherita accampandosene la proprietà per discendenza non gliela restituì; tanto che dopo diverse ostensioni in Europa la vendette ai duchi di Savoia nel 1453. 
 I Savoia la portarono nel 1502 nella capitale del ducato ovvero a Chambéry dove chiesero al Papa Giulio II di espletare il culto pubblico dell’oggetto religioso con messa e ufficio proprio. 

Approvato questo, venne effettuata la prima ostensione pubblica dei Savoia. Ma nel 1532 nella notte tra il 3 e il 4 dicembre un incendio avvolge la chiesa e l’abbazia che custodiva questa reliquia, il delegato del duca due frati e alcuni fabbri riuscirono ad entrare nell’edificio ormai in fiamme e a prendere il reliquario argenteo dove la Sindone era sistemata.
Una volta aperta videro che essa si era bruciata in più punti a seguito della caduta dell’argento che si era fuso a seguito dell’incendio. Così vollero affidarla per le dovute riparazioni alle monache clarisse del locale convento che vi applicarono delle toppe e che la cucirono su di un telo di rinforzo.
La Sindone verrà nuovamente esposta nel 1534. Nel 1578 la Sindone viene trasferita a Torino a seguito della modifica della capitale del ducato da Chambéry a Torino, ma a seguito di questa scelta vi era anche un’altra motivazione ovvero quella di agevolare la visita dell’Arcivescovo di Milano San Carlo Borromeo, che si era impegnato a visitare la Sindone qualora Milano fosse stata liberata dalla peste. 
Nel 1694 venne costruita la Cappella della Santa Sindone tra il Duomo e il Palazzo Reale dove ancora oggi è posta alla pubblica venerazione. Dal 1936 al 1946 a causa della seconda guerra mondiale la Sindone viene trasferita in Campania nel Santuario di Montevergine per poi tornare a Torino. 
 Gli studi scientifici sulla Sindone partono nel 1898 quando l’Avvocato Pia Secondo chiede ed ottiene di fotografare la Sindone nella pubblica ostensione di quell’anno. 
La scoperta fece molto scalpore, perché dalla fotografia vi si ritraeva l’uomo della Sindone al positivo e al negativo nello stesso modo, suscitò molte polemiche e anche diverse teorie complottistiche su eventuali manipolazioni fatti dal Pia. 
Così nel 1939 alla presenza di testimoni e di un notaio venne rifatto l’esperimento facendo fotografare la Sindone a Giuseppe Enrie che ebbe gli stessi risultati del Pia. 
Nel 1959 fu fondato il Centro Internazionale di Sindonologia di Torino. La Sindone è un lenzuolo di lino di colore giallo ocra, avente forma rettangolare di dimensioni di circa 441 cm x 111 cm. In corrispondenza di uno dei lati lunghi, il telo risulta tagliato e ricucito per tutta la lunghezza a otto centimetri dal margine. 

Il lenzuolo è tessuto a mano con trama a spina di pesce e con rapporto ordito-trama di 3:1. Il lenzuolo è cucito su un telo di supporto, pure di lino, delle stesse dimensioni: il supporto originale, applicato nel 1534, è stato sostituito nel 2002 con un telo simile più recente.

A cura di Sisto Massimiliano. 

mercoledì 10 ottobre 2018

Le reliquie della Passione tra storia e fede: La Sacra Scala.





A Roma nei pressi della Arcibasilica Papale di San Giovanni in Laterano vi si trova nelle sue adiacenze un altro complesso basilicale detto della Santa Scala. 
Qui è conservata la scala salita e scesa più volte da Gesù nel giorno della sua Passione che portava al Pretorio dove Ponzio Pilato lo interrogò e fede decidere dal popolo e dai capi dei sacerdoti la sentenza di morte per crocifissione. Giovanni narra questi fatti nel suo Vangelo ai capitoli 18, 28-40 e 19, 1-16: 28: “Allora condussero Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio. Era l'alba ed essi non vollero entrare nel pretorio per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua. Uscì dunque Pilato verso di loro e domandò: "Che accusa portate contro quest'uomo?". Gli risposero: "Se non fosse un malfattore, non te l'avremmo consegnato". Allora Pilato disse loro: "Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge!". Gli risposero i Giudei: "A noi non è consentito mettere a morte nessuno". Così si adempivano le parole che Gesù aveva detto indicando di quale morte doveva morire. Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: "Tu sei il re dei Giudei?". Gesù rispose: "Dici questo da te oppure altri te l'hanno detto sul mio conto?". Pilato rispose: "Sono io forse Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?". Rispose Gesù: "Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù". Allora Pilato gli disse: "Dunque tu sei re?". Rispose Gesù: "Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce". Gli dice Pilato: "Che cos'è la verità?". E detto questo uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: "Io non trovo in lui nessuna colpa. Vi è tra voi l'usanza che io vi liberi uno per la Pasqua: volete dunque che io vi liberi il re dei Giudei?". Allora essi gridarono di nuovo: "Non costui, ma Barabba!". Barabba era un brigante.” 

La Sacra Scala fu fatta smontare da Sant’Elena e fatta portare a Costantinopoli, poi fu Costantino il Grande che la portò a Roma dove venne collocata rivolta verso Gerusalemme sino al 1589; quando fu ristrutturata la sede patriarcale romana del Papa la si volle orientare dove noi oggi la vediamo. 
La Sacra Scala è costituita da 28 gradini di marmo su cui si possono vedere gocce di sangue attribuite secondo la tradizione a Gesù, non è permesso salirla in piedi ma in ginocchio per rispetto alla Passione che il Signore subì per redimere l’umanità intera.
A cura di Sisto Massimiliano.

venerdì 5 ottobre 2018

La Vergine delle Vittorie torna alla pubblica venerazione.



Durante il Medioevo il Santuario della Madonna dei Martiri divenne un centro nevralgico per i pellegrinaggi per la Terra Santa divenendo una delle stationes ove i pellegrini pregavano prima di imbarcarsi per l’oriente.
La sua posizione protesa verso il mare e soprattutto centrale rispetto alla via della fede per la Terra Santa portarono nel tempo all’ampliamento dello Ospedale dei Crociati diviso in un corpo per foresteria e l’altro per accoglienza di sofferenti e moribondi che tornavano dalla guerra contro i mussulmani.
Proprio in questo ospizio e nella Cappellina che accoglieva l’icona bizantina della Vergine dei Martiri per volontà del Vescovo Maiorano Maiorani, il 17 marzo del 1570 dietro autorizzazione accordatagli dal Generale dell’Ordine dei Domenicani, fra Serafino Cavallo, istituì la confraternita del Salterio cui la patrona era la Beata Vergine del Rosario con il privilegio che qualora vi si fosse istituita una comunità domenicana a Molfetta, questo sodalizio avrebbe dovuto spostarsi in quel luogo sacro.
Per opera di Mons. Giacinto Petronio appartenente all’ordine domenicano dei Padri Predicatori, Vescovo di Molfetta, per sua volontà fece costruire quivi una chiesa e un convento dei domenicani, a proprie spese essendo discendente di una ricca e nobile famiglia napoletana.
Stante alla clausola stabilita nel privilegio del 1570 la confraternita doveva essere amministrata sotto il vincolo dei Padri Domenicani e così il 15 maggio del 1640 con autorizzazione del Generale dell’Ordine, frà Nicolò Ridolfi, si ebbe l’autorizzazione a reistituire la confraternita nella nuova chiesa molfettese dedicata a San Domenico sotto la giurisdizione domenicana.
Il culto della Vergine del Rosario a Molfetta lo si deve soprattutto alla predicazione dei Domenicani infatti era tanto forte che il 6 marzo del 1645 divenne protettrice della Città di Molfetta.
Ma cosa ci indica l’iconografia della immagine seicentesca recentemente restaurata? Innanzitutto che originariamente essa aveva in mano una corona, stessa corona che ritroviamo nella pala d’altare, presente nella Basilica Pontificia, commissionata dal patrizio molfettese Mario Gadaleta all’artista Damasceno nel 1574 per onorare la vittoria contro i turchi nella Battaglia di Lepanto avvenuta il 7 ottobre di tre anni prima, da qui l’appellativo di Vergine delle Vittorie.
Proprio in questa tela si vede la Vergine contornata da una corona a pallini, stessa corona presente originariamente nel simulacro, ostante in 150 grani, creati o con nocelle o con nodi, che rappresentavano i 150 salmi che durante la giornata i domenicani dovevano nelle varie ore di preghiera elevare a Dio.

Ma purtroppo, non tutti i confratelli dell’ordine erano istruiti e quindi per quelli che non sapevano leggere si diede loro la possibilità di unirsi in preghiera lodando Dio con 150 poste di Padre Nostro e Gloria al Padre, da qui l’istituzione di una preghiera litanica che poi nel settecento diventerà la corona del Rosario, specifico che essa era recitata dai frati alla presenza del popolo, mentre i frati istruiti cantavano i salmi al di là del coro.
Durante questa preghiera litanica si meditavano i misteri gloriosi, dolorosi e gaudiosi presenti nelle iconografie di tutte le pale d’altare legati al culto della Vergine del Rosario, pertanto i domenicani ebbero a Molfetta una propulsione nello sviluppo del culto alla Vergine del Rosario enorme.
Infatti la festa esterna era molto sentita e la processione si svolgeva due volte l’anno nei giorni del 5 aprile e nella prima domenica del mese di ottobre seguendo il seguente itinerario: usciva da San Domenico e andava verso la porta maggiore della città, girava per san Salvatore e passava per la Chiesa vecchia girava san Girolamo e san Lorenzo, passava per via dei Molini entrava in san Pietro quindi per via Amente infine usciva per porta Castello e per via Borgo rientrava in San Domenico.
La confraternita mantenne il culto vivo sino a prima della prima guerra mondiale quando fu sciolta per mancanza di affiliati. Solo negli anni cinquanta è stata ricostituita come Pia Associazione di Fedeli e oggi grazie al Parroco Don Silvio Bruno la Città di Molfetta riacquista un pezzo della nostra storia locale religiosa che verrà sicuramente valorizzato anche eventualmente ripristinando la festa esterna della Vergine delle Vittorie.


A cura di Sisto Massimiliano
Foto di Giuseppe Roppo

martedì 2 ottobre 2018

Le reliquie della Passione tra fede e storia: la Sacra Mensa.



All’interno dell’Arcibasilica Papale del Santissimo Salvatore e dei Santi Giovanni Battista ed Evangelista in Laterano meglio nota come San Giovanni in Laterano si trova tra le altre reliquie, una che ha valenza importante per la storia della salvezza su cui venne istituita l’Eucarestia: ovvero la Sacra Mensa. 

 Tale mensa è indicata nei quattro Vangeli sinottici e Luca ne parla dicendo (Luca 22, 14-23) ”Quando fu l’ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui, e disse: “Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, poiché vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio”. E preso un calice, rese grazie e disse: “Prendetelo e distribuitelo tra voi, poiché vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non venga il regno di Dio”. Poi, preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: “Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo dopo aver cenato, prese il calice dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi. Ma ecco, la mano di chi mi tradisce è con me, sulla tavola. Il Figlio dell’uomo se ne va, secondo quanto è stabilito; ma guai a quell’uomo dal quale è tradito!”. Allora essi cominciarono a domandarsi a vicenda chi di essi avrebbe fatto ciò.” 

Questa importante reliquia si trova nella Cappella del Santissimo Sacramento della Basilica in un reliquiario posto su di un baldacchino in una preziosa teca che lo contiene e lo preserva dietro una grata. 
A cura di Sisto Massimiliano.

lunedì 1 ottobre 2018

Le reliquie della Passione tra storia e fede: la Sacra Lancia.



Una delle reliquie legate alla Passione del Signore su cui si è discusso molto è quella legata alla lancia che trafisse il costato di Gesù sulla Croce. 
Nei Vangeli san Giovanni scrive: (Giovanni 19, 33-34) “Venuti però da Gesù e vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua.” 
Storicamente la presenza della Sacra Lancia era identificata nella Basilica di Sion in Gerusalemme dove era, tra l’altro custodita la Corona di Spine che fu posta sul capo di Gesù. Ciò lo attesterebbero le testimonianze scritte già di Gregorio da Tours e da Cassiodoro che parlavano della presenza di codeste reliquie già a partire dalla fine del 400 d.c.. 
Nel 615 dopo la conquista di Gerusalemme dal Sultano Sassanide, la lancia fu portata quindi da Niceto alla volta di Costantinopoli dove l’Imperatore bizantino la fece deporre in una teca in Santa Sofia dove rimase sino al 1244, quando fu consegnata al re francese Luigi IX, che la riscattò dai banchieri perché era stata data in pegno con la Corona di Spine per finanziare con un prestito le disastrose casse dell’ormai morente impero bizantino. 
Luigi IX la fece deporre con nella Santa Cappella dove rimase sino alla Rivoluzione Francese . La lancia di Luigi era la parte superiore della lancia che presumibilmente trafisse il corpo del Signore, perché la parte inferiore fu consegnata in dono a Papa Innocenzo VIII dal Sultano Bajazeth nel 1492 ed ancora oggi conservata nel Tesoro della Basilica Vaticana di San Pietro in Roma, diversamente da quella del re Francese che andò distrutta durante la Rivoluzione Francese. 
La lancia di Vienna invece, è un reperto medievale contenente una reliquia del Cristo ovvero la spina della corona, ed era appartenuta a Costantino per poi passare nella proprietà dei principi e dei re del Sacro Romano Impero e quindi alla Corte asburgica in epoche piu’ recenti.
A cura di Sisto Massimiliano.